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Questo evento, alla fine di quattro giorni di seminario presso l’associazione culturale Spaziottagoni di Roma, segna, per quanto mi riguarda, un traguardo e al contempo un nuovo punto di partenza nell’analisi e comprensione del mondo contemporaneo.
Come sa chi mi segue, da tempo parlo dei fenomeni di criminalità organizzata, soprattutto di tipo mafioso, di quelli di insorgenza e quindi di terrorismo, definendoli meri strumenti al servizio di diversi interessi di potere e, in quanto tali, destinati a esprimere le proprie potenzialità finché questo stato di cose non muti. 
I concetti che ho espresso per giungere a questa conclusione derivano dall’analisi dei fenomeni mafiosi nel loro evolversi sincronico e diacronico mantenendo una sola costante: la sostanziale, imprescindibile e simultanea relazione con interessi economici e politici. E’ questo in sintesi il Modello Sistemico Mafioso che si avvale, per esprimere la propria potenza, del Metodo Mafioso, ossia la forza intimidatrice che deriva dal vincolo associativo.
Non mi dilungherò in questa sede sulla questione, tuttavia è agevole comprendere che a livello mondiale il concetto di Stato Nazionale è messo in discussione ed è in profonda crisi in ragione della estrema fluidità del capitale che oramai ha ceduto lo scettro al finanzcapitalismo usuraio generando i troppo grandi senza patria ( C. Tuozzolo).
Lo Stato Nazionale, che ha creato i cittadini portatori di diritti finanche universali in quanto propri dell’individuo, oggi è in ritirata. Pur essendo stato in grado di resistere agli -ismi e alle ideologie novecentesche, oggi nulla può difronte al suo svuotamento dall’interno. 
Sì, d’accordo, mi si dirà: «ammesso anche che sia così, ma che c’entra tutto questo con l’Homo migrans e con le mafie?” Eccome se c’entra! 
Lo Stato Nazionale ha avuto il merito di garantire ai suoi cittadini alcuni diritti che di volta in volta essi negoziavano non con un monarca ma nell’ambito di una condivisione di responsabilità. Possiamo affermare che oggi funzioni ancora in questo modo?
Precarietà è il mantra che le classi dominanti hanno individuato per svuotare lo Stato Nazionale di uno dei suoi portati principali: la solidarietà. Una volta, è vero, si emigrava per necessità e si ragionava in termini di immigrato o emigrato. Oggi non è più così; oggi abbiamo solo dei migranti. Siamo tutti dei migranti potenziali.  Noi stessi, i nostri figli, i nostri amici o i nostri conoscenti. Non forse così?  Non è vero che ciascuno di noi nella propria cerchia personale vive questo fenomeno? E cosa significa questo? Mancanza di un futuro, esattamente ciò che lo Stato Nazionale aveva il compito di costruire per i suoi cittadini.
E allora non è accettabile meravigliarsi vigliaccamente se milioni di esseri umani viaggiano nelle condizioni più precarie, sfidando persino l’idea della morte,  per rispondere all’antropologica necessità di sopravvivere.  L’ipocrisia in questo caso emerge persino dalla loro categorizzazione giuridica nella speranza di contenerne la spinta rinchiudendola in categorie concettuali: migrante economico, migrante rifugiato, migrante per ricongiungimento familiare…
E le mafie? E i terrorismi? Quelli servono, hanno un ruolo ben definito al servizio del finanzcapitalismo usuraio dei troppo grandi senza patria: generano capitale, gestiscono i territori, indirizzano le masse attraverso la paura e, soprattutto svuotano le società avanzate dei diritti fondamentali che dalla metà del diciottesimo secolo con tanta fatica e sangue avevamo ottenuto.
La corruzione generata dai fenomeni di criminalità mafiosa mondiali sclerotizza la macchina amministrativa eliminando il diritto al buon governo, la paura del terrorismo,  attraverso la surrettizia ricerca di maggiore sicurezza, diminuisce il diritto alla propria sfera di riservatezza personale, il movimento di masse di migranti è uguale a precarietà del lavoro e quindi minore potere contrattuale.
Ecco il motivo del mio entusiasmo iniziale in ordine a questi lavori presso Spaziottagoni. Quando studiosi di ambiti così eterogenei giungono, senza accapigliarsi, alle medesime conclusioni ebbene allora la questione è seria; e purtroppo in questo caso anche grave se non ancora disperata.
Ovviamente quella che segue è esclusivamente la mia conclusione: l’uomo che si va costruendo non sarà più soggetto di consumo, bensì oggetto esso stesso di consumo. 
Se sei destinato ad essere un migrante necessariamente sarai considerato al pari di una merce qualsiasi.
Lascio ulteriori considerazioni a chi ha gli strumenti adatti per trattare il tema limitandomi a confermare un altro dei concetti a me cari: il nuovo medioevo e la prima guerra permanente.
 
Lo stato di cose che sommariamente ho tentato di descrivere necessariamente porterà ad una situazione simile a quella dell’età di mezzo con la differenza che il finanzcapitalismo ha sostituito lo spirito divino in capo al monarca conservandone l’aura  legittimante e la guerra permanente, e ditemi che non ve ne rendete conto, è assolutamente strumentale al mantenimento della costruzione di questo nuova età di mezzo (che poi così l’abbiamo definita noi ex post rammentiamolo sempre).
Grazie a tutti i convenuti e ad Alfonso Fabio Larena di Spaziottagoni per l’iniziativa.