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Il paese degli afgani non ha pace. Lo sappiamo: è così dall’antichità. Eppure questo non basta a predisporre l’animo persino di noi occidentali, europei e nordamericani, a questa ineluttabile sorte. 

In fondo il Ventunesimo secolo è iniziato proprio qui in Afghanistan con l’invasione da parte della Russia sovietica alla ricerca di una ragione di sopravvivenza al proprio cadavere pensando nel contempo di allentare le istanze separatiste del Caucaso, mai completamente domato anche se sottomesso.

Ma è lì, in quella guerra che si chiude penosamente il Ventesimo secolo e si apre il nuovo, il Ventunesimo: il secolo della Prima Guerra Mondiale Permanente. Non più due blocchi contrapposti che avvinghiavano a se, in tutti i modi possibili senza esclusione alcuna, gli Stati più deboli con il pretesto ideologico della supremazia nella gestione economica delle comunità umane ma cinque o sei contendenti che si agitano oggi sul proscenio mondiale come altrettanti galletti in un pollaio pronti a beccarsi l’un l’altro anche a costo di eliminarsi a vicenda. Questo stato di cose genera una dinamica abbastanza evidente per cui, in considerazione del fatto ovvio che nessuno è in grado di contrapporsi quale unica potenza mondiale, la parola d’ordine è indebolire gli altri, in ogni modo e ovunque. Ovviamente il risultato è il proliferare di guerre locali che di volta in volta destabilizzano una regione o un’altra e possibilmente più regioni contemporaneamente. Fateci caso, abbiamo sostituito il nemico rosso con il nemico verde, l’islamismo radicale. Certo anche il nuovo medico ci mette del suo e tanto, ma potrebbe essere diversamente? Ovviamente no, perché  anche nel fronte opposto si generano guerre interne per il mantenimento o la conquista del potere. Ed allora è chiaro che la situazione del tutti contro tutti fa comodo a tanti, anzi ai più. L’ideologia e la religione oggi sono sostituite dal semplice pragmatismo d’interesse con un capitalismo che ha conquistato anche russi e cinesi, quest’ultimi con una loro via specifica e con un mondo islamico, ma soprattutto islamista in quanto politico che rivendica il proprio ruolo e che conta su un fattore, il tempo, e sulla demografia. Non posso fare a meno di tornare con la mente ad una frase attribuita a Osama bin Laden: voi (occidentali) avete le armi, noi (chi in particolare?) il tempo.

Certo che l’attuale situazione afgana, dopo l’invasione americana post 11/09 sembra proprio dargli ragione. Quasi un paio di decenni e siamo tornati al punto di partenza in un Gioco dell’Oca al massacro. Massacro di civili, di militari di dignità, di diritti dell’uomo. Retorica? Certo semplice retorica. 

All’indomani della vittoria sui russi, o meglio della loro ritirata, uno dei principale artefici della resistenza afghana il tagiko leone del Panshir il comandante Amhed Shad Massoud verra prontamente fatto fuori da al Qaeda due giorni prima dell’11 settembre, troppo ingombrante nello scenario futuro dell’Afganistan non Pashtun. Stessa sorte toccherà anche ad un altro combattente gradito agli statunitensi Abdul Haq o anche Hollywood Haq, ma anch’egli sarà fatto fuori dalla scena politica del Paese per far emergere alla fine il clan Karzai. Inutile spendere molte parole su questa fase: corruzione e nepotismo, ma soprattutto ingratitudine diranno gli americani che lo hanno messo, sostenuto e mantenuto a capo di un paese sempre più insicuro.

Ma non basta, ancora non basta.

L’Afghanistan è ormai pronto a tornare sotto la luce dei riflettori internazionali non appena si sarà esaurita la forza mediatica che ci racconta l’epilogo del califfato. Mosul e Raqqa, poi sotto con la nuova “emergenza”, mentre lo Stato Islamico potrà rifiatare, non solo indisturbato ma anche coccolato e curato da chi lo sostiene. Ecco i talebani sono oramai pronti alla riconquista. La campagna estiva ed autunnale è quasi al suo acme: gran parte del territorio è già in mano talebana. I Giovani, senz’altro non una compagine omogenea ma quantomai composita, avranno gioco facile a riprendersi Kabul nonostante gli sforzi a distanza statunitensi e occidentali in generale. 

L’agenzia O.N.U. per la lotta alla criminalità e al traffico di droga UNODOC proprio in questi giorni ci fa sapere che in Afghanistan, grazie alla scarsa presenza di un governo forte, di istituzioni sostenute da un patto tra cittadini e  Stato, sono aumentati i territori di produzione dell’oppio, la produzione per ettaro ed è azzerata la politica di eradicazione delle colture. I talebani hanno proceduto nella loro avanzata scendendo a patti con le popolazioni locali aggredendo nel contempo le scarse e inefficienti forze armate irachene.

Dopo quindici anni siamo al punto di partenza; ma ancora non è tutto. 

E no perché nel frattempo il mondo è cambiato, oggi siamo in piena guerra permanente e allora l’Afghanistan in queste condizioni è utile a molti attori locali; è utile a qualcuno per destabilizzare i confini russi del sud, ad altri per tenere impegnati gli occidentali nell’area, ai pachistani per controllare l’Afganistan e magari i traffici dell’oppio sempre redditizi. Insomma ce n’è per tutti i gusti. Perversi ma sempre gusti sono.

P.S. dimenticavo: lo Stato Islamico è presente anche in Afghanistan.