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(di Valentina Nardone) La minaccia cyber si mostra sempre più attuale manifestando la sua potenza asimmetrica ogni minuto in ogni parte del mondo. Tanto è palese che molti Stati si stanno preparando difendere sé stessi e ad attaccare, in egual misura, i nemici su questo spazio impervio, equipaggiando i propri eserciti con avanzatissimi dipartimenti cibernetici. Gli Stati Uniti dal 2009 si sono dotati di un Cyber Command, che ha iniziato ad utilizzare le sue armi informatiche conto l’IS da qualche mese. Ora è la volta della Germania. Lo scorso mese di aprile il Ministro della Difesa tedesco Ursula von der Leyen ha annunciato che entro il 2021 la Germania istituirà il Cyber und Informationsraum, dipartimento speciale che nell’esercito tedesco sarà deputato principalmente a compiti di difesa, ma se necessario anche di attacco, nel campo della Cyber War.

Questa decisione è stata l’inevitabile portato dell’evidenza fattuale di un’alta vulnerabilità ad attacchi cyber cui la Germania è stata particolarmente esposta negli ultimi tempi, e da tutti i fronti. Attacchi che si sono spinti a colpire il cuore governativo del Paese interessando, esattamente un anno fa, il Bundestag. Sebbene il dubbio che quello fosse un attacco proveniente non da gruppi di privati ma da agenzie di un governo straniero ci sia sempre stato, qualche settimana fa il direttore della Bundesamt für Verfassungsschutz (BfV) lo ha dichiarato apertamente, attribuendo la responsabilità di quell’offensiva al gruppo chiamato Sofacy ma noto anche con il nome di ATP 28, il quale avrebbe legami con i servizi segreti russi.

Secondo la stessa fonte, questo gruppo di cyber spie avrebbe all’attivo anche altri attacchi perpetrati nei confronti di obiettivi autorevoli tra i quali ricordiamo la Casa Bianca, la NATO e la televisione francese TV5 Monde. Ciò che colpisce ancora una volta, così com’era stato in occasione dell’annuncio statunitense dell’inizio di un’offensiva cyber contro il Califfato, è la pubblicità che viene data da un lato alla vulnerabilità agli attacchi, dall’altro all’adozione di misure che, forse, avrebbero più efficacia se fossero condotte in segreto, così come accade per altre attività statali poste in essere sotto l’egida della sicurezza nazionale.

Oltre ad un siffatto dubbio di opportunità strategico-politica, questi eventi ci portano nuovamente ad osservare come la cyber warfare sia un nuovo ed affermato strumento della politica, che può essere impiegato per raggiungere diversi obiettivi, più o meno gravi, e da tutti gli attori che popolano la scena delle relazioni internazionali odierne: i cyber attacks sono infatti perpetrati sia da gruppi terroristici che si proclamano Stati, sia da quei Paesi che hanno affermato il loro potere negli altri ambiti del warfare in passato e che credono si arrivato il momento di servirsi di questi strumenti ibridi che permettono manovra in un mondo teoricamente dominato dal desiderio per lo meno sulla “Carta”, di pace e sicurezza internazionali. Ma l’uso di un siffatto strumento si accompagna con numerosi interrogativi cui non è facile trovare risposta.

Il primo tra questi riguarda anzitutto la legalità e le implicazioni di questi attacchi. L’elemento transnazionale che generalmente li caratterizza, unitamente alla soggettività di coloro che li pongono in essere e agli effetti provocati, sono tutti aspetti che certamente determinano un problema in termini di diritto applicabile. Ma forse più degli aspetti squisitamente giuridici, purtuttavia rilevanti, bisognerebbe prima cercare di rispondere ad un’altra serie di quesiti: i cyber attacks possono essere davvero considerabili come strumenti di guerra? Se sì, sono preferibili a quelli tradizionali, incapaci di colpire in maniera “intelligente” un obiettivo?