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Accordo nucleare Iran

Nel luglio 2015, è stato finalmente siglato il c.d. Nuclear Deal ossia il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), che porta la firma del delegato iraniano, dei 5+1 (i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza e la Germania), e dell’Alto rappresentante per la Politica estera e sicurezza comune (PESC) dell’Unione europea. Questo accordo ha fatto tirare un sospiro di sollievo a chi voleva e vuole “imbrigliare” la produzione nucleare iraniana in limiti ben precisi. Ma quanto vale un accordo? Può valere tanto o nulla, in base all’importanza che le parti danno alle parole scritte sulla carta e alle loro firme.

 

In questo caso, l’accordo ha un valore particolarmente elevato: non solo perché vince sul piano del nucleare contro i timori di alcuni Paesi occidentali (in particolare, gli Stati Uniti) che l’Iran si affermi come potenza nucleare - ergo una minaccia, ma perché reintegra (quasi) a pieno titolo questo Paese in un consesso internazionale dal quale per molti anni il gigante sciita è stato, più o meno velatamente, escluso. Un consesso internazionale nel quale l’Iran ritorna, nell’ambito di una politica di apertura che ha caratterizzato la presidenza di Obama, specialmente durante l’ultimo biennio del suo secondo mandato. Ma, è un ritorno quasi a pieno titolo perché, non dimentichiamolo, restano in vigore le sanzioni comminate per il supporto al terrorismo internazionale e per le massicce violazioni dei diritti umani.

Come noto, infatti, la marginalizzazione di questo importante attore mediorientale, negli anni passati, è stata prevalentemente dovuta alle sue scarne relazioni con gli Stati Uniti e al suo perdurante supporto al terrorismo, che l’ha visto inserito a lungo nell’eloquente categoria dell’ “asse del male”, etichetta ideata nel 2002 dall’allora presidente degli Stati Uniti, George W. Bush. Che l’Iran si sia reso spesso protagonista di un supporto piuttosto esplicito al terrorismo internazionale e in particolare ad Hezbollah, stanziato ormai stabilmente in talune zone del vicino libanese e consolidato attore politico nell’area, è innegabile. Eppure c’è molto di più, in questo Paese spesso sottovalutato.

Ma andiamo con ordine: per capire il potenziale iraniano, torniamo all’accordo. Il deal ha diversi vantaggi, che si ripercuotono in conseguenze geopolitiche ma anche, e questo è un aspetto da non trascurare, economiche. Infatti, l’accordo sottopone l’Iran alle ispezioni e al controllo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), incaricata di verificare l’applicazione dell’accordo e l’arricchimento dell’uranio iraniano nei limiti imposti dalle disposizioni del deal. In cambio, l’Iran ottiene la cancellazione delle sanzioni economiche legate al suo programma nucleare, gradualmente e a seguito di opportuna verifica che l’Agenzia svolge per garantire l’implementazione effettiva dell’accordo. I primi risvolti positivi sono arrivati lo scorso gennaio: l’Unione europea e gli Stati Uniti hanno rimosso le sanzioni, dopo parere positivo dell’AIEA. L’Iran, che negli ultimi anni ha subito le conseguenze di un’economia quasi asfittica per via delle sanzioni, può prendere una boccata d’aria, con buona pace dell’Arabia Saudita e con aperta soddisfazione di Hassan Rouhani, che mette a segno un importante successo e che ha addirittura twittato il suo entusiasmo il 16 gennaio scorso.

L’Iran può così riprendere a commerciare con i Paesi dell’Unione europea. In questo quadro, un ruolo di primo piano è ricoperto dall’Italia, che riscopre il potere commerciale di un Iran a lungo messo all’angolo. Per la prima volta dal 2000, nel gennaio scorso un capo del governo iraniano si è recato in Europa: prima tappa l’Italia, per concludere importanti accordi economici e commerciali. In particolare, nell’ambito degli accordi siglati con l’Italia, ancora una volta, come ormai da quasi un secolo, un ruolo di primo piano è stato giocato dall’ENI che, sebbene lontana dai tempi di Mattei, resta un attore economico e geopolitico internazionale di indubbia importanza. In uno dei Memoranda of understanding (MoU), infatti, l’ENI e la National Iranian Gas Export Company, hanno stabilito di instaurare le prime relazioni economiche.

Il 2016 sembra insomma essere per l’Iran foriero di importanti accordi commerciali, testimoni anche dell’impeto con cui Rouhani sta cercando di avanzare le sue riforme prima della scadenza del mandato presidenziale nel giugno 2017. Un anno di nuova apertura, ma anche di nuova, riaffermata presenza, non soltanto nel contesto regionale ma anche nel più ampio consesso internazionale. Sembrano lontani i tempi in cui l’Iran era considerato esclusivamente un sostenitore del terrorismo: riscopriamo un nuovo Iran che, pur non avendo tranciato di netto i legami con il terrorismo internazionale, è stato capace di ritrovare uno spirito strategico più marcato e meno elitario, di cui Rouhani sembra essere l’entusiasta capofila che guida l’Iran verso un futuro più prospero e meno isolazionista. Ed è forse proprio questo nuovo spirito, testimoniato dalla conclusione del deal, che permette una nuova affermazione dell’Iran quale attore politico regionale di primo piano, simbolo di forza e stabilità, in un contesto, com’è quello mediorientale, che di stabilità politica ha estremo bisogno.

In questo contesto, due sono gli eventi cruciali per l’Iran. Non soltanto, come accennato poc’anzi, la scadenza della presidenza del moderato Rouhani, ma anche le elezioni presidenziali in programma a novembre prossimo negli Stati Uniti: perché l’assenza di Obama alla Casa Bianca vorrà dire, a prescindere da quale dei candidati si aggiudicherà la presidenza, basi diverse su cui costruire le relazioni tra i due Paesi. E, alla luce dei candidati in lizza per la vittoria negli USA, un nuovo raffreddamento dei rapporti tra i due Paesi sembra un’eventualità pericolosamente probabile.