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Parigi, terrorismo

(di Pierfrancesco Miccio) - Charlie Hebdo e il Bataclan a Parigi, il museo del Bardo e il resort di Sousse in Tunisia, l’Hotel Radisson in Mali, la spiaggia di Grand-Bassam in Costa d'Avorio ed ora l’aeroporto e la metro di Bruxelles; unico denominatore comune: paesi di cultura e lingua francese. Se escludiamo, infatti, gli attentati che hanno colpito la Turchia, che si inquadrano decisamente nell’ambito del confronto tra il governo di Ankara e il terrorismo curdo, nell’ultimo anno gli obiettivi principali sono stati quasi esclusivamente “francesi”.

Il presidente François Hollande, all’indomani dei sanguinosi avvenimenti di Parigi del 13 novembre 2015, ha definito la Francia in guerra: “Nous sommes en guerre”; e tuttavia questo noi deve essere declinato, è un noi riferito non solo alla Francia metropolitana, ovvero quella parte della repubblica francese che si trova in Europa, ma a tutti quei territori che, in qualche modo, sono o sono stati sotto l’influenza della cultura di Parigi. Se dunque sembrerebbe evidente che il mondo francofono sia in guerra e sembrerebbe altrettanto evidente che lo sia contro il terrorismo islamico (che può di volta in volta assumere le sembianze dell’IS, di AQIM, di al Murabitun o semplicemente di “lupi solitari”), risulta molto più complesso capirne le motivazioni e purtuttavia GEA, con il suo approccio analitico, non vuole esimersi dal provare a farlo.

La prima e più importante causa è probabilmente il fallimento del modello d’integrazione francese, il cosiddetto modello assimilazionista. L’idea francese di integrazione, che si sviluppa durante il periodo coloniale, partiva dal presupposto che i particolarismi e le minoranze culturali fossero una minaccia per la Repubblica e che fossero in ogni caso secondari rispetto al principio fondamentale che si era affermato in Francia dopo la rivoluzione: l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge; vi era certo la tolleranza per le convinzioni dei singoli nella sfera privata, ma in pubblico bisognava essere e comportarsi prima di tutto da cittadini francesi. Come conseguenza di ciò, i popoli assoggettati all’impero francese furono costretti a conformarsi completamente alla cultura e alla società francese.

Questo tipo di approccio, tuttavia, si è unito nei fatti ad un atteggiamento di superiorità e diffidenza, per non dire discriminazione, nei confronti dei cittadini francesi non nati sul suolo metropolitano; l’integrazione dal punto di vista sociale è sempre stata difficoltosa per i giovani che provenivano dalle colonie, con difficoltà di inserimento lavorativo e condizioni di vita decisamente inferiori ai loro coetanei nati in Europa. Queste contraddizioni hanno portato, nel lungo periodo, al fallimento del modello assimilazionista, fallimento testimoniato già all’inizio degli anni duemila con la rivolta delle banlieues parigine. Questi giovani di seconda e terza generazione hanno certamente visto nelle comunità dei loro paesi di origine quella possibilità di riconoscimento sociale che in Francia e Belgio era stata loro negata ed hanno sviluppato un profondo odio nei confronti di tutto quello che la Francia rappresenta; alcuni di loro hanno trovato nel terrorismo islamico quella missione e quel senso di considerazione che dava un’alternativa alla loro esistenza europea senza prospettive, diventando così quelli che noi oggi chiamiamo foreign fighters. Molenbeek non è altro che la conseguenza di tutto ciò.

Altra concausa che ha probabilmente scatenato questa ondata di violenze contro i paesi di cultura francese è sicuramente l’atteggiamento aggressivo tenuto da Parigi in politica estera. La Francia, infatti, ha sempre avuto una proiezione militare imponente all’estero con un atteggiamento decisamente interventista ovunque i suoi interessi fossero ritenuti a rischio, specialmente in Maghreb, considerato dall’Eliseo quasi come una naturale estensione del suo territorio. Proiezione ulteriormente accresciuta, e inevitabilmente influenzata, dal progressivo ma inequivocabile disimpegno americano sia nel Nord Africa che nel Medio Oriente, il quale ha generato un vuoto che la Francia è subito corsa ad occupare.  Atteggiamento forse inevitabile per i cugini d'oltralpe, ma possibilmente da non imitare né emulare se si pone attenzione alle conseguenze che ha generato: il drastico aumento della violenza in casa. La Francia è la prima potenza europea per investimenti, in termini assoluti, nel comparto militare ed è l’unica ad avere una portaerei a propulsione nucleare in Europa occidentale, la Charles de Gaulle, che oggi guida le operazioni della colazione internazionale contro Daesh nel Golfo persico. Non c’è dubbio che l’impegno francese contro il terrorismo in Maghreb, Sahel e Siria abbia giocato un ruolo fondamentale nel mettere i paesi francofoni nel mirino dei terroristi.

Vi è, infine, l’alto valore simbolico che deriva dal colpire la Francia, il cuore della cultura occidentale, simbolo di quella libertà politica, sociale e dei costumi che l’islam radicale detesta. Del resto, l’obiettivo del terrorismo, termine nato con tutt’altro significato proprio in Francia (guarda caso torniamo sempre lì) durante la rivoluzione, è quello di instillare terrore, fare in modo che venga percepita paura nello svolgere le proprie attività quotidiane, che possa essere ascoltare un concerto, o andare in vacanza in una spiaggia della Tunisia o della Costa d’avorio, magari partendo con un aereo dall’aeroporto di Bruxelles. Perché se ad essere in guerra è la Francia, ad essere sotto attacco è l’idea stessa di libertà che essa rappresenta ed allora, probabilmente, siamo tutti coinvolti.