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(di Irene Piccolo) - La visione manichea del mondo non mi ha mai particolarmente convinta. Oltre dieci anni di studio del diritto internazionale mi hanno infine confermato l’inutilità e la dannosità di tale visione.

Spesso, quasi sempre, la realtà è piuttosto diversa da come ci viene raccontata, il più delle volte è completamente distorta e ribaltata. È studiando i fatti, non per come vengono presentati dai media, bensì attraverso gli atti presentati dagli Stati stessi davanti alle corti internazionali per approntare la propria difesa in un giudizio in cui sono coinvolti, che si scoprono le verità meno note ai più.

 Verità non raccontate intenzionalmente.

Cosi mi sono dovuta arrendere con il tempo a una realtà sempre più auto evidente: si fa credere che il diritto vada in un senso, mentre in realtà il più delle volte va nel senso opposto.

Guardiamo per esempio ai negoziati di Pace per il conflitto siriano. Proviamo a inquadrare la normativa che regola la vicenda. Si potrebbero isolare due ipotesi:

  1. I ribelli siriani sono un popolo che si autodetermina;
  2. I ribelli siriani sono insorti contro un governo legittimo.

Perché l'ipotesi A si realizzi è necessario che il popolo in questione si trovi in una di queste tre condizioni: (I) è soggetto a regime coloniale; (II) è soggetto a occupazione militare straniera; (III) non ha accesso al governo per motivi razziali.

Quando un popolo si trova in una di queste situazioni:

  1. ha diritto anche a usare la forza armata;
  2. ha diritto a chiedere l’aiuto degli altri Stati;
  3. gli altri Stati devono aiutarlo ad autodeterminarsi, in tutti i modi, tranne che con l’invio di truppe;
  4. lo Stato centrale contro cui insorge ha l’obbligo di consentire l’autodeterminazione;
  5. entrambe le parti, Stato e insorti, devono rispettare il diritto umanitario, che regola la condotta delle ostilità.

L’ipotesi B, invece, si realizza in tutti i casi in cui i ribelli non possano dirsi popolo che si autodetermina. Ovviamente qui non parliamo di semplici manifestazioni di protesta e violenza urbana: perché si possa parlare di insorti e quindi di insorgenza è necessario che la lotta raggiunga una certa soglia di violenza e intensità. Quando siamo in presenza di questo tipo di ribelli, le conseguenze sono che:

  1. Lo Stato centrale ha il diritto di intraprendere tutte le misure, compreso l’uso della forza (purché ovviamente non si sconfini nella commissione di crimini internazionali), per sedare la rivolta a tutela della propria integrità territoriale;
  2. Lo Stato centrale ha diritto a chiedere aiuto a Stati terzi nel sedare la rivolta;
  3. Gli Stati terzi devono astenersi dall’aiutare i ribelli;
  4. Entrambe le parti, Stato e insorti, devono rispettare il diritto umanitario, che regola la condotta delle ostilità.

Ora, esaminiamo per un attimo la situazione concreta: è innegabile che il governo siriano non rappresenti uno Stato coloniale né sia espressione di un’occupazione militare straniera. Si può parlare allora di negato accesso al governo per motivi razziali? Sebbene non sembri che ci fosse questa circostanza prima dello scoppio delle rivolte nel 2011 (i Ministri di Assad erano di diversa provenienza), se una discriminazione può aversi all’interno del contesto siriano è di natura religiosa (sciiti contro sunniti) e non razziale. Quindi, alla luce del freddo diritto, è da escludere anche la terza ipotesi: cioè non ci troviamo di fronte a un popolo che si autodetermina.

Ma ipotizziamo che invece proprio di autodeterminazione si tratti; in tal caso, i negoziati di Pace attualmente in corso starebbero violando il principio di autodeterminazione dei popoli, uno dei sette principi fondamentali del diritto internazionale*, dal momento che a decidere del proprio destino può essere solo il popolo che si sta autodeterminando, non gli altri Stati. E a Monaco i ribelli non sono seduti al tavolo.

Tornando alla realtà, e cioè alla considerazione che i ribelli siriani siano insorti, gli attuali negoziati di Pace sono altrettanto illeciti, dal momento che violano un altro dei sette principi fondamentali, vale a dire il divieto di ingerenza negli affari interni di uno Stato, specificamente quello siriano. A maggior ragione perché neanche Assad è stato invitato.

Quanto detto non si traduce nell’impossibilità per una popolazione di rovesciare un regime inviso, bensì implica che la popolazione lo faccia con le proprie forze e secondo la propria volontà, senza intromissioni esterne. Nel caso su prospettato di crimini internazionali, di quelli rispondono gli individui, non gli Stati. Quindi, se è il caso, il diritto consente assolutamente di processare Assad e i suoi uomini, ma non consente che degli esterni decidano cosa la Siria debba fare di se stessa.

Uno o più Stati, chiunque essi siano, non possono decidere chi deve governare un altro Stato. L’abitudine a un certo comportamento (per rimanere negli ultimi decenni, vedi ad. es. la Libia, l'Iraq, l'Afghanistan, l'Ucraina) non rende tale comportamento legale. Passi che si tratti di una scelta politica, ma abbiamo almeno l’onestà di non raccontarci che il diritto avalli qualcosa che invece aborre.

 

*I principi fondamentali del diritto internazionale sono: 1) divieto di ricorso alla minaccia de o all'uso della forza; 2) soluzione pacifica delle controversie; 3) divieto di ingerenza negli affari interni degli altri Stati; 4) obbligo di cooperazione; 5) uguaglianza di diritti di tutti i popoli e del loro diritto all'autodeterminazione; 6) uguaglianza sovrana degli Stati; 7) dovere di buona fede.