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E’ bene capirci sin da subito: è l’ideale che fa la guerra, ma è l’economia  la sua genitrice.

Si assumeva nel mondo vecchio, quello dei secoli passati, che la guerra fosse la prosecuzione della politica con altri mezzi. Il concetto calzava, ed era aderente a una realtà internazionale imperniata sullo Stato scaturito e definitivamente certificato con i trattati di pace siglati in Westfalia - 1648 a chiusura della guerra europea dei trent’anni (nell’arco di trent’anni 1618-1648 la guerra cambiò gradualmente natura e oggetto: iniziato come conflitto religioso fra cattolici e protestanti, si concluse in lotta politica per l'egemonia tra la Francia e gli Asburgo). Lo Stato aveva acquisito un ruolo proprio e definito: era finalmente divenuto pienamente padrone del proprio destino. 

Oggi quello Stato non esiste più nella sua essenza, anche se sopravvive spesso nella sua esteriorità formale; sia sufficiente senza andar molto lontano a cercare esempi, riflettere sull’indice di autonomia dell’Italia  contemporanea stretta da vincoli unitari e atlantici e priva di un’idea d’interesse nazionale che comunque in mancanza di un’adeguata forza contrattuale si rivelerebbe assolutamente indifendibile in ambito internazionale. Mi limito anche in questo caso semplicemente ad evocare il caso dei Fucilieri di Marina da anni oggetto di una disputa a tutti evidentemente strumentale ad interessi non dichiarati e dichiarabili. 

In sostanza, il mondo cambia sotto i nostri occhi alla ricerca di un nuovo equilibrio lasciandosi alle spalle le strutture meno adeguate al futuro che si va costruendo e tra queste lo Stato nella sua connotazione nazionale è senz’altro la prima scoria di un passato oramai andato.  

Stati Uniti d’America, Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese sono essi stessi non Stati nazionali ma delle macro entità nazionali con un peso geopolitico connaturato alle dimensioni come dimostrato ampiamente dalla storia. Il resto, quando non al di fuori delle dinamiche globali, è terra di scontro politico e di conquista economica; dall’India, all’Oriente, lontano e vicino, a tutta l’area centro e nord Africana. Una sola è ancora la vera incognita, e questa è l’Europa. L’attuale Unione europea non è più quella dei Paesi fondatori nata dall’intuizione di alcuni statisti figli dell’Ottocento continentale, è cosa ben diversa, è squilibrata e sproporzionata, è un lenzuolo lacerato ai suoi lembi estremi che ha perso la forza centripeta determinata dalla convergenza d’interessi condivisi. La Germania, con la sua riunificazione è tornata ad essere troppo grande e il limes, spostatosi ulteriormente verso l’oriente russo, ne ha certificato il ruolo egemone in Europa a scapito dei Paesi continentali e mediterranei. Meno netto, e per questo senz’altro più pericoloso, è il ruolo della Francia che agisce come una potenza mondiale senza averne più la reale forza pallido riflesso del passato coloniale e delle gratificazioni atlantiche del secondo dopoguerra. 

Due sono i teatri che determinano l’attuale e futura instabilità relativa mondiale: Medio Oriente e Africa centro-nord. Queste regioni non sono territori di conquista, come avveniva all’epoca degli Stati nazionali, ma territori di:

  • scontro per procura attraverso il sostegno alle varie forze locali, le c.d. proxy war;
  • provocazione del nemico al fine di indurlo a prendere posizione con un intervento possibilmente diretto innescando in questo modo le relative conseguenze economiche  e politiche;
  • contenimento finalizzato a ridurre al minimo le eventuali minacce ai propri interessi nazionali.

Gli Stati Uniti d’America, oramai indipendenti dal punto di vista energetico, dopo il ventennio di guerre medio orientali volute e a vantaggio esclusivo delle sempre attive e potenti Sette Sorelle del petrolio, hanno lo sguardo rivolto al controllo dell spazio, vero territorio di conquista, limitandosi in politica internazionale a gestire i vari dossier; la Cina continua a pensare a sé stessa e ai suoi fabbisogni riferendosi al mondo come ad un supermercato sempre aperto; la Federazione Russa è condannata dalla vastità territoriale alla gestione dei suoi confini evitando eventuali contratture al suo spazio vitale.

Le aree di maggiore attrito, come detto, sono e saranno per il futuro prossimo, l’Oriente, vicino e lontano e l’Africa centro settentrionale. L’Oriente vuol dire essenzialmente Iran e Paesi del Golfo, mentre l’Africa è anarchia e ancora terra derelitta, serbatoio di futura manodopera a buon mercato e di razzia.

In questo quadro, generale e genericamente accennato, vanno inserite le variabili decisive che determinano le dinamiche internazionali: i potentati economici privati e il terrorismo quale espressione tattica dell’insorgenza locale e strumento à la carte per qualsiasi tipo di potere.

L’economia oggi è in grado di determinare l’agenda internazionale anche se oggi l’economia è definitivamente una questione privata e autonoma rispetto alle politiche, soprattutto di welfare, degli Stati. L’economia non ha territori ma mercati da conquistare e quindi persegue, tutela e protegge i propri interessi a scapito di quelli collettivi.

Il terrorismo equivale a paura e la paura da sempre è indispensabile per controllare e indirizzare l’opinione pubblica media verso derive volute. La criminalità organizzata è l’ultima variabile da considerare per comprendere le dinamiche internazionali correnti; in un contesto globalizzato in cui Gli Stati nazionali hanno perso il potere di gestione e controllo delle proprie prerogative, e in un ambiente economico e finanziario assolutamente aperto e volatile i profitti criminali non rappresentano altro se non  un’importante voce economica a cui nessuno, neanche i governi, rinuncia. Grandi Potenze, Potenze regionali, imperi economici e criminali, sono impegnati nella ridefinizione delle regole del gioco assicurandosi ciascuno un ruolo futuro al tavolo della storia. L’instabilità sarà la costante dei tempi a venire e il resto dell’umanità, quella non invitata al tavolo da gioco, resterà ancora una volta a guardare.