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Tutto quanto accade intorno a noi a livello internazionale ha una sola genesi: il potere.

Compreso ciò, possiamo ragionare sul perché, da un periodo di tempo relativamente breve in qua, tutta l’attenzione dei media è rivolta alla minaccia terroristica, alla situazione in Siria e in particolare alle gesta dello Stato Islamico.

Brutalmente affermo che lo Stato Islamico ha poco a che fare con i giochi di potere che hanno nel Medio Oriente l’attuale campo di confronto; i radicali, perversi nella loro brutalità, sono senz’altro delle volpi che hanno compreso di potersi inserire in un meccanismo complesso sfruttando le debolezze altrui. Gli Stati Uniti d’America nel loro interesse nazionale, cinico quanto giustificabile, hanno da tempo compreso che era perfettamente inutile tentare il gioco della potenza egemone allungando la propria ombra su quei territori dando respiro agli interessi regionali di Russi, Sauditi, Iraniani e Turchi. Questa è la partita a cui si aggiungono con una certa intempestività anche i Paesi europei più influenti mettendo in luce la debolezza dell’insieme comunitario. Lo Stato Islamico sta vincendo la sua partita da fermo; si accolla le ire, a parole, di tutti i paladini del bene, tranquillo che in sostanza nessuno ha interesse a che sparisca. Lo Stato Islamico è il classico nemico che serve a giustificare tutto e il contrario di tutto. In Italia le mafie nel Mezzogiorno esercitano la propria azione sin dall’unità d’Italia, sono da sempre e da qualsiasi élites di potere indicate come il male italiano; eppure sono ancora lì, e anzi, ci dice l’ISTAT per fortuna altrimenti i dati del nostro PIL sarebbero ancora più desolanti. Digressione a parte, è chiaro che le maggiori potenze mondiali con il ridimensionamento statunitense o, se non volete definirlo tale, con il riposizionamento americano, cerchino di colmarne il vuoto di potere allungando la propria sfera di diretta influenza sui territori d’importanza strategica sia per la propria sopravvivenza sia in funzione di contenimento dei diretti antagonisti. Il Siraq oggi rappresenta questo: un territorio di conquista. Lo Stato Islamico si è inserito in questa dinamica con appoggio delle comunità locali, e senz’altro con l’aiuto esterno, soprattutto nella prima fase della sua ascesa; da chi è stato aiutato lo potete comprendere in autonomia guardando semplicemente la cartina geografica e le proxy relationships tra gli Stati.

Quindi non dobbiamo temere lo Stato Islamico! E no, non è così, per il prossimo secolo non dovrebbe farcela ad arrivare al cuore della cristianità, ma molto dipenderà dalle scelte che si vanno facendo ora. Lo Shaykh Usāmah Ibn Lādin ebbe a dire (pare, ma il concetto calza a pennello): …voi avete le armi, noi il tempo. A buon intenditore poche parole.

GEA, comme d’habitude, è alla ricerca: Insurgency, any civil violence, whatever you want to call it, revolution, rebellion, civil war, uprising—all the terminology— its about social conditions. I mean, at the heart of it, you get to the root of the problem, and its about social conditions, whether its land reform, whether its political repression, or lack of human rights, or whatever it is. And you cannot effect legitimate change in the absence of a shift in those conditions.

Questa dichiarazione non è di un ricercatore, di un accademico, di un politico ma di un militare; si tratta di un testimone diretto della successo e fallimento dell’Ambar Awakening che nel 2003-2006 aveva sottratto le popolazioni sunnite della provincia irachena all’influenza di Al-Qā’idah in Iraq, ossia il gruppo che diverrà Stato Islamico del Levante e dell’Iraq e quindi semplicemente Stato Islamico. Il maggiore Alfred B. Connable, ufficiale dell’intelligence militare al seguito della forza d’intervento dei Marines in Iraq dal 2005 al 2006, chiarisce con questa frase la radice di tutte le insorgenze e quindi terrorismi: semplicemente banale.

Quindi, forse, il nemico di fondo non è lo Stato Islamico creato per opportunismo geopolitico, quanto piuttosto l’ondata di frustrazione e avversione verso un occidente visto non come nemico per i suoi principi quanto traditore degli stessi.

Continuando con la comparazione del modello mafioso, è chiaro che periodicamente il nemico, il capo dei capi, viene arrestato, a tempo debito, per essere immediatamente sostituito da un nuovo personaggio che ne prende il posto assumendo il fardello. Sconfitto, eventualmente lo Stato Islamico, qualcuno spera ingenuamente essersi liberato del male? A memoria, la mafia siciliana ricorda un capo dei capi da almeno 150 anni. Se pensate sia una forzatura,

GEA è pronta a farvi cambiare idea.