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Ci sono delle frasi, delle indicazioni, delle affermazioni, che inevitabilmente -nel tempo- riaffiorano tra i nostri pensieri. Dell’uomo Giovanni Falcone ricordo questa, tra le altre: la mafia è un fenomeno umano e quindi è destinato a finire. Io non ne sono mai stato convinto, e persevero. Si riferiva, forse, alla mafia avendo in mente i corleonesi di Luciano Leggio detto Liggio, di Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, nemici del momento, e non certo al fenomeno nel suo aspetto sociologico e criminologico.

Di una cosa, invece, sono fermamente convinto: il modello criminale mafioso si adatta nel tempo e in relazione ai tempi. Quella che conoscevamo come la mafia siciliana fino alla stagione delle stragi del 1993 non esiste più; sarebbe anacronistica in relazione al mondo che nel contempo è cambiato e cambia con una velocità impressionante. Diciamo che il periodo della mafia corleonese vincente si conclude, e non a caso, in perfetta concomitanza con la fine della c.d. Prima Repubblica.

Per comprendere quanto profonda sia la relazione tra questi due fenomeni suggerisco la lettura di un libro da poco disponibile nelle librerie di Roberta Ruscica, I Boss di Stato, edito da Sperling & Kupfer, che propone una visione, altra, rispetto alla consuetudine, circa i comportamenti dei soggetti, sulle dinamiche e in linea generale u quel periodo della nostra storia patria. Le famiglie mafiose che fino ai primi anni 90 si erano ritrovate, per forza o per amore, ma senz’altro per convenienza, riunite sotto il regime corleonese oggi sono in difficoltà a causa degli arresti, del difficile cambio generazionale, ma soprattutto per la mancanza di soldi a causa della crisi economica generale che sottrae fondi alla spesa pubblica e che quindi non genera più il fiume di capitali da gestire in regime di spartizione clientelare. Oggi le famiglie tutt’al più riescono a controllare, e non senza difficoltà, i rispettivi territori. Nel decennio trascorso i fuoriusciti, gli esiliati, i perdenti della guerra vinta dai corleonesi hanno fatto rientro in Sicilia senza incontrare resistenze da parte degli eredi dei vincenti della guerra di mafia che ha visto prevalere i corleonesi di Salvatore Riina. Ma non basta, quest'ultimi hanno perso la brillantezza criminale di un tempo e sono ridimensionati al punto che oggi sono costretti a farsi rispettare dai turchi come a Palermo vengono chiamate le persone di colore. La locuzione farsi rispettare sta per: sono costretti, non potendo fare altrimenti, a scendere a patti con le organizzazioni criminali nigeriane che si sono prese il centro di Palermo.

La mafia nigeriana è padrona di Ballarò, che rientra nel mandamento mafioso di Porta Nuova, spaccio e prostituzione sono cosa loro nel quartiere palermitano con il beneplacito dei boss. Non è il caso, in questo contesto, di approfondire la conoscenza di questa mafia oramai consolidata -a livello mondiale -grazie alle sue ramificazioni sul genere strutturale della ‘ndrangheta. Basti rammentare che quando si sono insediati, gestendo sempre spaccio e prostituzione, lungo il litorale Domizio e Flegreo, la Camorra, nonostante una campagna militare stragista, non è stata in grado di prevalere preferendo, alla fine, un più lucroso accordo cointeressenza criminale. Oggi la Procura di Palermo imputa alla mafia nigeriana, che opera a Palermo, i crismi dell’associazione mafiosa secondo la definizione giuridica del nostro codice penale.

In questo senso Giovanni Falcone aveva ragione: la mafia è un fenomeno umano destinato a finire. Questa è in effetti la fine ingloriosa dell'epopea corleonese che con la  trattativa, qualsiasi ne siano gli effettivi contorni, hanno cercato di assicurarsi quantomeno la sopravvivenza nel mondo futuro che si andava chiaramente delineando come dimostra chiaramente la cronaca di cui parliamo. Era chiaro ai più che la fine degli equilibri politici del 1994, con l'operazione Mani Pulite, avrebbe scatenato forze di ogni genere e che, in ogni caso, i futuri padroni della scena sarebbero stati altri rispetto al passato. La stagione delle stragi dimostra e testimonia questo passaggio: Cosa Nostra siciliana nel 1993 negozia il presente non certo il futuro. Ed infatti arriveranno i nigeriani a Palermo.

Il mondo criminale internazionale è cambiato, i rapporti di forza di un tempo sono saltati, le dinamiche geopolitiche hanno influenzato l’evoluzione di nuove organizzazioni  criminali prevalentemente a base etnica, capaci di radicarsi in un territorio per sfruttarne le opportunità. I nigeriani rappresentano uno degli esempi didascalici, ma non certo l’unico; gli albanesi, ma anche i moldavi, i georgiani, i pachistani, i filippini operano, e non certo solamente nel nostro paese, secondo il classico schema per cui iniziano prevaricando la proprio comunità per poi stringere accordi con le altre organizzazioni finché, con il tempo, riusciranno ad acquisire la forza per assumere un ruolo egemone. Ancora una volta niente di nuovo; le politiche d’immigrazione dei primi del Novecento in America hanno determinato lo sviluppo della criminalità italiana, prima nella sua forma embrionale intra etnica con la Mano Nera, dedita alla vessazione degli immigrati italiani a New York, per poi, grazie alle contingenze favorevoli, in particolare al proibizionismo, assumere un ruolo egemone, sulle coeve irlandese, russa ed ebrea.

Il fenomeno migratorio, a dispetto di quanto in assoluta malafede si va raccontando, è inarrestabile, difficilmente gestibile e quindi destinato a durare nel tempo.  Le mafie ne sfruttano le potenzialità in quanto fonte di lucro, ma anche, e in alcuni casi soprattutto, per penetrare nuovi territori attraverso lo sfruttamento della prostituzione. Gli esempi a noi vicini, riguardano le organizzazioni criminali albanesi e nigeriane. Entrambe hanno iniziano la conquista di nuovi territori piazzando e gestendo le ragazze in strada; quindi, dopo aver stretto legami, soprattutto attraverso i rapporti nelle carceri, con la criminalità locale, hanno differenziato il portafogli criminale assumendo un ruolo di primo piano livello locale divenendo, come in questi due casi specifici potenze criminali mondiali.

Quest'ultima digressione ci permette di evidenziare il fatto che esistono dinamiche di tipo mafioso che operano con successo indipendentemente dal tempo e dal luogo.

GEA è pronta ed è qui per dimostrare che le mafie - ovunque e da sempre - altro non sono che lo strumento a cui il potere, o chi al potere anela,  ricorre per i propri fini scaricando sulla criminalità la responsabilità oggettiva.