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i muri e la gioconda

Luomo che attraversa i muri Montmartre - Parigi

Il “muro”: una parola, tanti contenuti. Il suo significato cambia a seconda della prospettiva con cui lo guardi.
Se sei al di qua, la sua presenza ti rassicura: ti senti protetto tra le mura di casa.
Se sei alla sua base, ti sopraffà e ti offre l’angoscia della fatica in salita.
Se riesci a scalarlo e sedertici su, ti regala l’ebrezza dell’onnipotenza: con lo sguardo puoi comprendere e prendere tutto.
Se sei al di là, è barriera, ostacolo, avversità. È limite, confine. È chiusura, respingimento.

Nelle ultime settimane c’è fame di muri, muri che vengono eretti nella convinzione che basteranno a respingere le nostre paure. Muri che si crede potranno geometricamente racchiudere in dei perimetri il disordine/caos che pervade la (dis)organizzazione dell’Europa “unita”. La velocità con cui sono spuntati i muri, prima in Ungheria e poi via via fino alla chiusura tedesca - dopo l’abbraccio tardivo e bulimico dato ai migranti -, mi ha subito restituito alla mente quella velocità con cui il Muro di Berlino fu fatto e disfatto. Costruito in una sola notte, quel 13 agosto del 1961, e squarciato in poche ore il 9 novembre 1989. Potrà sembrare un riferimento “banale”, perché tutti, quando si parla di muri, pensano al muro di Berlino. Ma non è che solo perché una cosa è nella memoria collettiva – sebbene a volte solo come simbolo – la sua diffusione ne faccia diminuire il valore e la renda banale.
La storia che sta dietro il muro di Berlino non è banale, i messaggi che stanno dietro al muro di Berlino non sono banali. Ne sottolineo alcuni.

Primo: la potenza degli annunci!

Le proteste di settimane e settimane a Berlino est potevano essere represse per l’ennesima volta nel sangue. Perché quel 9 novembre le guardie non spararono? Perché le persone poterono abbattere quel muro che per quasi trent’anni non erano riusciti ad abbattere? Tutto avvenne per un annuncio radio: il governo della Germania dell’Est annunciava che le visite all’Ovest sarebbero state permesse. A quel punto l’onda umana si mosse e le guardie non poterono che stare a guardare.
Così, la Merkel, all’improvviso, dopo la morte del piccolo Aylan, ha annunciato che gli arrivi in Germania erano permessi per i siriani (ottenendo così due ottimi risultati: sembrare una leader carica di umanità e far entrare manodopera qualificata, quale sono appunto i siriani) e uno tsunami di profughi ha investito la Germania inducendola al contro-annuncio: la frontiera sud sarebbe stata chiusa! Lo tsunami – politico - si è così riversato a Bruxelles.

Secondo: le conseguenze dell’abbattimento di un muro.

Dopo la caduta di quello di Berlino, la Germania si è riunificata. È diventata la delegata in Europa degli USA che hanno, così, potuto guardare al sud est asiatico con più tranquillità. È diventata la protagonista indiscussa di quell’entità sovranazionale che è l’Unione europea, dettandone i ritmi e le politiche. E’ adesso anche la principale antagonista degli Stati Uniti, che devono ricorrere allo “scandalo Volkswagen” per riequilibrare i giochi. Insomma, nel panorama generale, la Germania è ora una nazione in buona salute!
Può essere che il muro fosse una ferita sempre aperta che, a furia di essere mantenuta tale buttandoci sopra il sale della separazione, avrebbe mandato quella Nazione in putrefazione? Può essere che il suo abbattimento (leggi: sutura della ferita) invece abbia guarito il malato, che ora gode di una salute rosea?

Terzo: la memoria è corta..

Chi è stato alla base del muro, vivendone l’angoscia, e non sentendolo come casa che ti protegge, ma come prigione, ha dimenticato la libertà respirata una volta salito in cima a quello stesso muro e una volta guardata dall’alto quella realtà bassa, ormai relegata a infelice ricordo. La Germania ha dimenticato, l’Ungheria ha dimenticato, le Repubbliche ceca e slovacca hanno dimenticato. Le vittime son diventati i carnefici.


I muri d’Italia.

gioconda

La Gioconda (Louvre), lasciata da Leonardo in testamento al re di Francia Francesco I per ringraziarlo dellospitalità concessagli

L’Italia non ha conosciuto i muri fisici, se non quelli d’acqua che ci circondano in una distesa di libertà che non pone confini all’Italia e, al contempo, in una muraglia d’acqua che si frappone tra noi e chi vuole raggiungerci. Se guardiamo il mare, vediamo gli orizzonti, i tramonti, i viaggi che vorremmo fare, vediamo il sogno. Non riusciamo invece a visualizzare la realtà: la fame, le guerre, la miseria, la sofferenza di quelli che sono – se ben ci pensate – i nostri vicini.
Non abbiamo avuto storia di muri, ma di migrazioni sì. Ed esattamente come per l’Europa dell’Est, che sta restituendo quanto subìto a vittime che nulla hanno a che fare con i persecutori del passato, anche l’Italia palesa in parte questo desiderio di far patire agli altri le stesse ingiustizie che gli italiani patirono da emigranti in America, Francia, Belgio, per citarne alcuni. Ergiamo muri mentali come se, nei decenni, la civiltà – e non parlo solo di quella giuridica – non si fosse evoluta.
 “Historia magistra vitae”, ma cosa ha insegnato a noi la Storia? Quella italiana è fatta di campanilismi e provincialismi, connotazioni che tutt’oggi ci portano con fatica a pensare che davvero l’Italia sia unita. I muri veri che l’Italia ha sono quelli della frapposizione e contrapposizione ad ogni costo, nella drammatica constatazione che se non abbiamo qualcosa con cui essere alleato o contro cui essere avversario allora non siamo niente.
Abbattendo i muri che consacrano la specialità dell’Italiano in quanto singolo, si potrebbe forse creare la forza della collettività. La vera riunificazione. Gli Italiani non sono infatti Popolo, ma sono un insieme di Individualità (alcune davvero eccellenti che ci fanno brillare, come Leonardo da Vinci, ma pur sempre Individualità!). Ecco perché non c’è uno sciopero che ottenga dei risultati concreti, ecco perché non siamo capaci di rivoluzioni, ecco perché finché qualcuno non tocca il nostro orticello difficilmente ci indigniamo per l’ingiustizia subita da altri.

Il più grande ostacolo che si frappone a ciò è la cecità sul breve periodo. Come un tempo l’Italia costrinse Leonardo a espatriare in Francia – e la conseguenza la paghiamo ancora oggi, con il Louvre che esibisce la Gioconda, lasciata da Leonardo in testamento al re di Francia Francesco I per ringraziarlo dell’ospitalità concessagli -, così oggi l’Italia sembra non vedere più in là del proprio naso.  Se non vogliamo usare il brano evangelico che Matteo così ci descrive: “Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno […] perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito […]. Essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo […] e non ti abbiamo assistito? Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l'avete fatto a me.”, allora pensiamo semplicemente che tra i migranti che ci “invadono” ci potrebbe essere un novello Leonardo cui non stiamo dando l’opportunità di impugnare un pennello e cui per l’ennesima volta non stiamo dando l’occasione di dimostrarci gratitudine ricompensandoci con una Gioconda.

L’ospitalità può portarti una Gioconda in casa, il respingimento solo il mantenimento di una ferita aperta. Perché il rifiuto dell’altro – per l’Italia - non è altro che l’espressione dell’incapacità che abbiamo di relazionarci con noi stessi. E una volta fatto fuori il migrante di turno, arriverà qualche altro soggetto con cui prendercela, e la relazione si riprodurrà in eterno. Perché l’Italia ha bisogno di replicarla questa relazione. Se non ci distraessimo, mettendoci sempre in contrapposizione con qualcosa o qualcuno, saremmo costretti a metterci in relazione con noi stessi. E questo l’Italia non se lo può permettere, perché sa che è un confronto da cui uscirebbe malconcia. È un po’ come la storia di quelli che sanno di avere bisogno di uno psicoterapeuta perché hanno un problema, ma sono sempre alla ricerca di una scusa per rimandare il momento d’inizio della terapia. Non facciamoci invadere, ma impariamo a gestire il dolore e il problema di cui tale dolore è sintomo.

Illiceità del muro.

Per di più, la costruzione di un muro è illegale. Ce lo ha detto non troppo tempo fa la Corte Internazionale di Giustizia che, nel parere consultivo reso il 9 luglio 2004, ha dichiarato illegale il muro che Israele stava costruendo sul Territorio palestinese. La situazione era nettamente diversa dalla vicenda migratoria che sta coinvolgendo l’Europa: il muro, per Israele, aveva funzione difensiva da continui lamentati attacchi armati da parte dei Palestinesi. Cosa che invece l’Ungheria, per esempio, non sta subendo. Ma se già in quel caso, la Corte affermò che Israele non poteva neppure invocare l’art. 51 della Carta dell’ONU che consente la legittima difesa, se non poteva neppure invocare lo stato di necessità, per motivare la costruzione del muro, pensate davvero che l’Ungheria invece possa avere un qualche supporto giuridico alle proprie azioni?
No, l’Ungheria sta facendo violazioni su violazioni. L’Ungheria sta violando la Convenzione di Ginevra sui rifugiati, sta violando la Convenzione contro la tortura, sta violando la Convenzione sui diritti del Fanciullo, sta violando il Patto sui diritti civili e politici. E l’elenco è lungo.
Ma, ancora di più, sta violando la Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo. Difatti, alcuni giorni fa, il Segretario Generale del Consiglio d’Europa, Thorbjørn Jagland, ha scritto al governo ungherese per essere aggiornato sulle nuove disposizioni di legge che il governo Orban sta adottando, ricordandogli che “in virtù dell’articolo 15 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, un paese può derogare a certi diritti stabiliti dalla Convenzione e deve notificarlo al Segretario generale. Non è ammessa tuttavia deroga agli articoli 2 (diritto alla vita); 3 (proibizione della tortura e di atti inumani e degradanti); 4, paragrafo 1 (proibizione della schiavitù) e 7 (nulla poena sine lege).